In questi giorni si discute alla Camera il Decreto Scuola.
Big Bang Sicilia ha lavorato alacremente per poter essere in prima linea.
Davide Faraone infatti è stato nominato relatore del Decreto in Commissione Lavoro e Simona Malpezzi, deputata a noi vicina, è stata nostro riferimento nella Commissione Cultura, quella nella quale si discute in maniera specifica il Decreto
.Il Decreto Scuola è apprezzabile ma manca di un progetto di visione. Secondo noi è necessario pensare in termini innovativi puntando a una riforma complessiva del mondo della scuola che sottenda a una visione e a un’idea di Paese.
L'obiettivo degli emendamenti che abbiamo elaborato e presentato è quello di migliorare le condizioni degli insegnanti e dei ragazzi, pur nei risicati margini di manovra concessi da questro Decreto.
Per questo obiettivo, nei nostri emendamenti si chiede :
- (ASILI) che i Comuni possano derogare dal patto di stabilità per pagare le insegnanti a tempo determinato dei servizi educativi per l’infanzia. Con questa deroga, ad esempio, a Palermo ritornerebbero a scuola 800 bambini esclusi dal servizio.
(SALUTE DEI LAVORATORI DELLA SCUOLA) chei i dirigenti scolastici e i dirigenti degl Uffici Scolastici provinciali seguano una formazione specifica in merito alla prevenzione e alla tutela dai rischi per la salute dei lavoratori della scuola.
- (CLASSI POLLAIO)che si vietino le "classi pollaio": sono da evitare le classi con un rapporto docente/alunni superiore ai limiti imposti dalla legge, soprattutto per tutelare la salute di docenti e studenti e il loro diritto alla qualità dello studio, specialmente nelle aree a forte depressione economica e sociale.
- (PREVENZIONE VIOLENZA DONNE) che si auspichi l'adozione del Codice Polite. Le case editrici devono adottare il Codice Polite (Pari Opportunità nei Testi Scolastici) e i due Vademecum allegati per redigere libri, al fine di rimuovere sessismi e stereotipi dai libri di testo. Questo sarebbe un primo passo verso la sensibilizzazione e la promozione della parità di genere.
- (CONSERVATORI) che venga eliminata la disparità introdotta dalla legge n. 228/2012 che di fatto non garantisce uguale trattamento tra gli studenti dei Conservatori. Infatti, i soggetti iscritti allo stesso vecchio ordinamento di studi, con durata di studi diversa, devono aver equiparato il diploma conseguito alla laurea - non alla magistrale e non triennale come è adesso, a prescindere che la data del conseguimento del titolo di studi sia dopo l’entrata in vigore della legge”.
Adesso gli emendamenti devono seguire l'iter parlamentare: essere accolti e poi approvati. Incrociamo le dita.
meteo
venerdì 27 settembre 2013
sabato 21 settembre 2013
venerdì 20 settembre 2013
Una proposta sui Consorzi di Comuni
Ben strano posto la Sicilia, regione in cui da un giorno all’altro sta per essere presentata una riforma che dovrebbe essere epocale, senza che vi sia stato un serio dibattito all’interno delle forze politiche i cui gruppi parlamentari dovranno licenziare la nuova normativa. Con qualche eccezione, come il gruppo di docenti delle quattro università siciliane riunito dal Centro A. Olivetti e dall’Osservatorio Tulumello dell’ateneo palermitano, e coordinati da Andrea Piraino, neppure all’interno di quella parte consapevole della società siciliana che ha il dovere di riflettere preventivamente su una innovazione di tale portata si registrano iniziative significative.
La discussione sulla riforma dell’assetto amministrativo intermedio o, se si vuole, l’abolizione delle province, perché è di questo che si sta parlando, è ormai incentrata sulla soglia minima e massima di popolazione che devono avere i liberi consorzi, su un numero che dovrebbe essere preventivamente stabilito (9? 6? 3?). O, ancora, sulla novità dei super comuni, le città metropolitane i cui confini ipotizzati si avvicinano a quelli su cui sta lavorando la Società Geografica Italiana che ha proposto una ipotesi di riordino territoriale in cui l’Italia è suddivisa in circa in 35/40 nuove regioni che sostituiscono le attuali province e gli attuali confini regionali «per diventare i centri propulsori della gestione amministrativa e dello sviluppo in un rinnovato “patto di cittadinanza”»Ma se il tema delle aree metropolitane è una questione fondamentale, le altre due sono i marker che indicano come, in realtà, la classe politica regionale non ha alcuna voglia di eliminare veramente le province, ma semplicemente di andare a un nuova assetto amministrativo intermedio in cui alcune realtà, Gela, Caltagirone, Marsala, possano finalmente conquistare il rango cui aspirano da decenni.
E se la legge 9 del 1986 che avrebbe dovuto dare attuazione all’art. 15 dello Statuto ha semplicemente affermato che i liberi consorzi di comuni in esso previsti sono denominati “province regionali”, adesso il rischio è quello contrario, che la legge affermi che le attuali provincie regionali, con l’aggiunta di qualche altra, cara a qualche potente della regione, siano denominate “liberi consorzi di comuni”.
La questione, a mio avviso, va affrontata partendo da un altro punto di vista: le competenze.
Attualmente, le province in Sicilia – come enti locali – hanno competenza: riguardo all’edilizia per le scuole secondarie superiori, alla viabilità provinciale, a non meglio definiti “impianti di interesse sovracomunale” e hanno funzioni amministrative – assolutamente sottoutilizzate – in relazione a servizi sociali e culturali, allo sviluppo economico, all’organizzazione del territorio e alla tutela dell’ambiente.
Ci sono poi altri organismi che si occupano di questioni che hanno o hanno avuto finora valenza sovracomunale: gli ATO per i rifiuti e per il servizio idrico integrato, poi gli Iacp, i distretti turistici, le camere di commercio, le Asi, le Asp, la protezione civile.
Le funzioni amministrative potrebbero, più utilmente essere divise tra regione e comuni: per esempio la realizzazione di strutture socio assistenziali sovracomunali alla prima, le iniziative culturali ai comuni; la formazione professionale alla prima, il diritto allo studio (buoni scuola) ai comuni ; l’organizzazione del territorio e la tutela dell’ambiente alla prima per quanto riguarda la pianificazione, ai comuni per quanto riguarda l’attuazione e il controllo; la gestione delle riserve e la localizzazione di impianti legati al ciclo dei rifiuti alla regione, il controllo dell’inquinamento ai comuni.
Allo stesso modo si potrebbe, per esempio, trasferire l’edilizia scolastica delle superiori ai comuni insieme alle strade secondarie e quelle che mettono in collegamento due comuni alla regione; chiudere gli Iacp e trasferire l’edilizia residenziale pubblica i comuni
La sanità, soprattutto in relazione alla rete ospedaliera fori dagli ambiti metropolitani, potrebbe essere ridisegnata sulla base dei reali bacini di utenza e non degli attuali confini provincialiA questo punto rimarrebbero delle questioni, davvero poche, che devono necessariamente essere affrontate a livello sovracomunale: la gestione del ciclo dei rifiuti e del sistema idrico integrato, la gestione delle aree di sviluppo industriale, i distretti turistici.
Ecco che il libero consorzio di comuni può prendere corpo ed essere davvero “libero”. Ogni comune, dentro un quadro di coordinamento e delle regole, dovrebbe potere liberamente scegliere di fare parte di un consorzio che può occuparsi del sistema dei rifiuti in maniera ottimale e di un consorzio, con soci e confini diversi, nel quale può essere meglio costruito un modello di sviluppo locale che punti sul turismo. E lo stesso varrebbe per le rimanenti competenza sovracomunali. Il modello organizzativo potrebbe essere simile a quello dei distretti socio-sanitari che mi sembrano una esperienza assai positiva con una guida politica affidata al comitato dei sindaci e un organismo tecnico formato da funzionari dei diversi comuni partecipanti. Senza costi aggiuntivi.
La riforma amministrativa del 1812 che abolì i tre Valli istituendo le sette intendenze produsse effetti fino al 1926 quando vennero aggiunte le due province di Enna e Ragusa, quindi la vigenza media di una riorganizzazione del livello intermedio è di un secolo.
Ecco perché su temi di questa rilevanza la fretta non è un buon consigliere e la scadenza del 31 dicembre, nata sulla base della legge-spot del 27 marzo non è una buona dead-line. Occorre una riflessione più approfondita e un coinvolgimento preventivo delle comunità locali e se per raggiungere questo obiettivo sarà necessario qualche mese in più, la posta in gioco vale una piccola proroga.
Fausto Carmelo Nigrelli, ordinario di Tecnica e pianificazione Urbanistica dell’Università di Catania,
Sindaco di Piazza Armerina 2008-2013
lunedì 16 settembre 2013
giovedì 12 settembre 2013
Renzi punge Letta: «Stabilità non è immobilismo»
Massimo D'Alema anti-Renzi alle primarie, pro-Renzi qualche mese fa, e infine pro-Cuperlo nel corso della recente festa democratica di Genova. Sono le immagini che accolgono Matteo Renzi, ospite di Porta a Porta.
Bersani a Renzi: «Berlusconi non è ancora finito...»
Al sindaco di Firenze vengono fatti ascoltare altri celebri cambi di posizione, quelli di Fassino e Franceschini. Il suo commento è tranchant: «Io sono sempre lo stesso. Al massimo sono ingrassato di un paio di chili. Quanto a D'Alema, voterà Cuperlo. Ma tutto questo gioco di ruolo agli italiani non interessa per niente. Se noi partiamo con D'Alema, Franceschini, Fassino, gli italiani, dopo aver visto Montalbano vanno a letto», dice.
«Se il Pd vuol fare le cose per bene e per cambiare il Paese, io ci sono. Se vuole rimanere com'è adesso, io glielo lascio volentieri». Così Matteo Renzi, nel corso della registrazione di Porta a Porta. La stabilità è senz'altro un valore, ma «l'immobilismo» no.
Sul goevrno dice: «L'unica cosa che serve è la stabilità... Certo, la stabilità va bene, ma una cosa è la stabilità altra cosa è l'immobilismo». Ha aggiunto il sindaco di Firenze: «Dicono che non si pagherà più l'Imu ma la Service tax... Ma le tasse sono tasse anche in inglese». Il governo sta facendo bene «su alcune cose», deve essere «più coraggioso» su altri temi.
«Io capisco che Letta si preoccupi della seggiola. Ci mancherebbe. Ma bisogna pensare a quel che serve al Paese». Lo dice Matteo Renzi, nel corso della registrazione di Porta a Porta. Da segretario lei darebbe una mano? «Ma certamente», risponde Renzi. Che aggiunge: «Questa cosa del governo che deve durare è un tic andreottiano. La mia domanda non è come ci arriva Letta, al semestre europeo, ma come si arrivano le nostre imprese».
Per Berlusconi «la partita è finita. Game over». Lo dice Matteo Renzi a Porta a Porta. Il problema Berlusconi, aggiunge, «appartiene al passato, alla storia».
RENZI: PREFERISCO VOTO DI DELUSI
CENTRODESTRA A QUELLO DI BRUNETTA
«Il Pd ha avuto paura quando ho detto che dovevamo prendere i voti dei delusi del centrodestra». Lo ha detto Matteo Renzi, sindaco di Firenze, nel corso della registrazione di 'Porta a Portà. «Se uno è bravo prende il voto anche degli altri - ha aggiunto - invece mi hanno fatto passare per traditore perché cercavo di allargare i confini del Pd». «Tra prendere il voto dei delusi o quello di Brunetta in Parlamento, io prendo il voto dei delusi».
GOVERNO: RENZI, LETTA GOVERNI
SENZA EVOCARE PAURE
«Non si governa evocando una paura o una minaccia, lo fece Tremonti dicendo la frase più idiota degli ultimi anni quando disse 'Rischiamo di fare la fine della Grecià. Letta non lo segua». Lo dice Enrico Letta a Porta a Porta. «Non dobbiamo giocare in difesa, ma dire: 'tra dieci anni noi faremo meglio della Germanià», aggiunge. «Perchè Letta dovrebbe andare a casa? - continua Renzi rispondendo alle domande in studio - lui deve lavorare per il bene dell'Italia e avere coraggio».
PD, RENZI: OGGI LE CORRENTI,
IO VOGLIO I MIGLIORI
«Sul partito dobbiamo portare i migliori. Nel Pd oggi abbiamo una logica delle correnti. Ma a me non me ne frega niente di chi vota la gente al congresso. Io non chiedo il voto delle persone fedeli. Io chiedo il voto delle persone capaci». Così Matteo Renzi nel corso della registrazione di Porta a Porta. «Io- dice- attingerò a piene mani dal mondo delle persone che ascolto settimana per settimana. Professori, imprenditori... È una scuola di vita straordinaria».
CHI PENSA CHE VA TUTTO BENE
NON MI VOTI A PRIMARIE I
Alle primarie Pd chi vuole il cambiamento dovrà votare Matteo Renzi. Il sindaco di Firenze lo ha detto parlando a Porta a porta: «Se chi viene alle primarie del Pd pensa che vada tutto bene, che le cose fino ad oggi sono tutte giuste, fanno bene a non votarmi».
RENZI: CONGRESSO ENTRO 8 DICEMBRE?
NO, SCADENZA 7 NOVEMBRE
«C'è una scadenza che è il 7 novembre. Perchè dobbiamo non rispettarla?». Matteo Renzi dice 'nò all'ipotesi di fare il congresso tra il 24 novembre e l'8 dicembre.
PD: RENZI, CONGRESSO VA FATTO
«Non credo che ci sarà la crisi di governo, ma a parte tutto il congresso del Pd va fatto. Perchè se ti chiami Partito democratico sei un partito, ma anche democratico. E il nostro statuto dice che ogni 4 anni il congresso si fa».
BERLUSCONI/ RENZI: NON FARÀ LA CRISI,
DOVREBBE DIMETTERSI
In qualunque altro paese Silvio Berlusconi sarebbe «andato a casa» spontaneamente. Lo ha detto il sindaco di Firenze Matteo Renzi a Porta a porta, aggiungendo: «Io sono certo che Berlusconi non farà la crisi, per mille motivi». Renzi ha spiegato: «In un qualsiasi paese quando un leader politico viene condannato con una sentenza passata in giudicato, la partita è finita: game over. Ma con la disoccupazione, con la Spagna che ci passa avanti sullo spread... Noi passiamo il tempo su questa vicenda. In qualsiasi paese al mondo Berlusconi sarebbe già andato a casa di suo. Io credo al principio che la legge è uguale per tutti».
PD/ RENZI: HO DECISO DI CANDIDARMI
PERCHÉ SUBIAMO IL PDL...
Matteo Renzi ha deciso di correre per la guida del Pd quando ha visto che il partito subiva l'iniziativa del Pdl nella maggioranza di governo. Parlando a Porta a porta Renzi ha spiegato: «Ho cambiato idea sulla segreteria del partito quando ho visto che nei primi mesi di vita del governo il Pd è rimasto un pò alla ruota del Pdl... Ero convinto che il Pd potesse ritrovare stimoli, energia ed entusiasmo senza il mio coinvolgimento diretto, invece...».
Bersani a Renzi: «Berlusconi non è ancora finito...»
Al sindaco di Firenze vengono fatti ascoltare altri celebri cambi di posizione, quelli di Fassino e Franceschini. Il suo commento è tranchant: «Io sono sempre lo stesso. Al massimo sono ingrassato di un paio di chili. Quanto a D'Alema, voterà Cuperlo. Ma tutto questo gioco di ruolo agli italiani non interessa per niente. Se noi partiamo con D'Alema, Franceschini, Fassino, gli italiani, dopo aver visto Montalbano vanno a letto», dice.
«Se il Pd vuol fare le cose per bene e per cambiare il Paese, io ci sono. Se vuole rimanere com'è adesso, io glielo lascio volentieri». Così Matteo Renzi, nel corso della registrazione di Porta a Porta. La stabilità è senz'altro un valore, ma «l'immobilismo» no.
Sul goevrno dice: «L'unica cosa che serve è la stabilità... Certo, la stabilità va bene, ma una cosa è la stabilità altra cosa è l'immobilismo». Ha aggiunto il sindaco di Firenze: «Dicono che non si pagherà più l'Imu ma la Service tax... Ma le tasse sono tasse anche in inglese». Il governo sta facendo bene «su alcune cose», deve essere «più coraggioso» su altri temi.
«Io capisco che Letta si preoccupi della seggiola. Ci mancherebbe. Ma bisogna pensare a quel che serve al Paese». Lo dice Matteo Renzi, nel corso della registrazione di Porta a Porta. Da segretario lei darebbe una mano? «Ma certamente», risponde Renzi. Che aggiunge: «Questa cosa del governo che deve durare è un tic andreottiano. La mia domanda non è come ci arriva Letta, al semestre europeo, ma come si arrivano le nostre imprese».
Per Berlusconi «la partita è finita. Game over». Lo dice Matteo Renzi a Porta a Porta. Il problema Berlusconi, aggiunge, «appartiene al passato, alla storia».
RENZI: PREFERISCO VOTO DI DELUSI
CENTRODESTRA A QUELLO DI BRUNETTA
«Il Pd ha avuto paura quando ho detto che dovevamo prendere i voti dei delusi del centrodestra». Lo ha detto Matteo Renzi, sindaco di Firenze, nel corso della registrazione di 'Porta a Portà. «Se uno è bravo prende il voto anche degli altri - ha aggiunto - invece mi hanno fatto passare per traditore perché cercavo di allargare i confini del Pd». «Tra prendere il voto dei delusi o quello di Brunetta in Parlamento, io prendo il voto dei delusi».
GOVERNO: RENZI, LETTA GOVERNI
SENZA EVOCARE PAURE
«Non si governa evocando una paura o una minaccia, lo fece Tremonti dicendo la frase più idiota degli ultimi anni quando disse 'Rischiamo di fare la fine della Grecià. Letta non lo segua». Lo dice Enrico Letta a Porta a Porta. «Non dobbiamo giocare in difesa, ma dire: 'tra dieci anni noi faremo meglio della Germanià», aggiunge. «Perchè Letta dovrebbe andare a casa? - continua Renzi rispondendo alle domande in studio - lui deve lavorare per il bene dell'Italia e avere coraggio».
PD, RENZI: OGGI LE CORRENTI,
IO VOGLIO I MIGLIORI
«Sul partito dobbiamo portare i migliori. Nel Pd oggi abbiamo una logica delle correnti. Ma a me non me ne frega niente di chi vota la gente al congresso. Io non chiedo il voto delle persone fedeli. Io chiedo il voto delle persone capaci». Così Matteo Renzi nel corso della registrazione di Porta a Porta. «Io- dice- attingerò a piene mani dal mondo delle persone che ascolto settimana per settimana. Professori, imprenditori... È una scuola di vita straordinaria».
CHI PENSA CHE VA TUTTO BENE
NON MI VOTI A PRIMARIE I
Alle primarie Pd chi vuole il cambiamento dovrà votare Matteo Renzi. Il sindaco di Firenze lo ha detto parlando a Porta a porta: «Se chi viene alle primarie del Pd pensa che vada tutto bene, che le cose fino ad oggi sono tutte giuste, fanno bene a non votarmi».
RENZI: CONGRESSO ENTRO 8 DICEMBRE?
NO, SCADENZA 7 NOVEMBRE
«C'è una scadenza che è il 7 novembre. Perchè dobbiamo non rispettarla?». Matteo Renzi dice 'nò all'ipotesi di fare il congresso tra il 24 novembre e l'8 dicembre.
PD: RENZI, CONGRESSO VA FATTO
«Non credo che ci sarà la crisi di governo, ma a parte tutto il congresso del Pd va fatto. Perchè se ti chiami Partito democratico sei un partito, ma anche democratico. E il nostro statuto dice che ogni 4 anni il congresso si fa».
BERLUSCONI/ RENZI: NON FARÀ LA CRISI,
DOVREBBE DIMETTERSI
In qualunque altro paese Silvio Berlusconi sarebbe «andato a casa» spontaneamente. Lo ha detto il sindaco di Firenze Matteo Renzi a Porta a porta, aggiungendo: «Io sono certo che Berlusconi non farà la crisi, per mille motivi». Renzi ha spiegato: «In un qualsiasi paese quando un leader politico viene condannato con una sentenza passata in giudicato, la partita è finita: game over. Ma con la disoccupazione, con la Spagna che ci passa avanti sullo spread... Noi passiamo il tempo su questa vicenda. In qualsiasi paese al mondo Berlusconi sarebbe già andato a casa di suo. Io credo al principio che la legge è uguale per tutti».
PD/ RENZI: HO DECISO DI CANDIDARMI
PERCHÉ SUBIAMO IL PDL...
Matteo Renzi ha deciso di correre per la guida del Pd quando ha visto che il partito subiva l'iniziativa del Pdl nella maggioranza di governo. Parlando a Porta a porta Renzi ha spiegato: «Ho cambiato idea sulla segreteria del partito quando ho visto che nei primi mesi di vita del governo il Pd è rimasto un pò alla ruota del Pdl... Ero convinto che il Pd potesse ritrovare stimoli, energia ed entusiasmo senza il mio coinvolgimento diretto, invece...».
mercoledì 11 settembre 2013
Coltivare l'unità per corrispondere al dovere di responsabilità,per cambiare davvero la Sicilia
Di Gandolfo Librizzi
Di fronte al vero risiko che si sta giocando nel piccolo mare nostrum, ai venti di una vera guerra (minacciata, ordinata, rinviata) sull’altra sponda del Mediterraneo, non più mare di pace, qui in quest’isola piccolissima tranne che nel delirio di onnipotenza che domina l’animo dei suoi abitanti, un altro risiko di ben più modeste ambizioni, un’altra guerra (ben più insidiosa) esplode e, irruente, attenta e sconvolge la quiete calma dei siciliani disincantati e disillusi.
La guerra cioè, annunciata da tempo ma combattuta ancor prima, tra il Presidente del PD eletto dal popolo e il suo Partito, il Partito Democratico (il partito con il maggior gruppo parlamentare all’ARS, e, quindi, il Partito che dovrebbe essere l’ossatura fondamentale e imprescindibile della rivoluzionaria azione del Governo).
Nel volger di niente, in realtà da quasi subito dopo le epiche elezioni regionali di quasi un anno fa (epiche per i contenuti innovativi per questa terra volta al sempre eterno identico già visto conservatorismo di sistema), l’ascia di guerra, dissotterrata, è iniziata a romboare, minacciosa, colpendo qua e la, senza precauzione alcuna.
E dunque, che fare?
Recuperare quanto prima il lume della razionalità, il senso di corrispondere alle attese della Sicilia e dei siciliani. Recuperare il senso della responsabilità che grava sulle spalle di ognuno oltre le schermaglie e i pruriti, gli scherni e le manchevolezze di tutti. Recuperare urgentemente il senso del dovere, del dovere di adempiere al mandato ricevuto per Governare bene, trasformandola, quest’isola lasciata incancrenire da Governi dissipatori del bene pubblico e del futuro delle sue genti. Si, avete letto bene: dissipatori del bene pubblico, predatori rapaci, famelici, ingordi. Tali sono stati, infatti, pur nella distinzione di storie e fatti diversi, i Governi siciliani, almeno sicuramente, quelli degli ultimi decenni, governi che è possibile accostare, fuor di metafora, all’Over Shoot Day, termine inglese per dire che abbiamo esaurito anticipatamente tutte le risorse che il nostro pianeta è in grado di generare in un anno (quest’anno il termine è stato il 20 agosto).
Così come l’umanità intera, anzitempo e dissennatamente ha esaurito le risorse disponibili, tali governi siciliani passati hanno esaurito e dissipato anzitempo le risorse di cui questa terra disponeva, e in abbondanza, lasciando a noi oggi le macerie sulle quali governare problemi atavici e difficilissimi che espongono veramente a una macelleria sociale che, per quanto deprecabile, è sempre più montante.
Perché questa è la drammatica e oggettiva realtà siciliana, della quale poco si discute nelle contese e nelle contumelie ma con la sia il Governo che il Partito dovrebbero fare i conti assumendosene la responsabilità di modificarla: la Sicilia cammina sull’orlo di un burrone con gambe malferme inchiodata com’è con i più alti tassi di disoccupazione giovanile prossimi al 50%, la fuga massiccia di giovani cervelli (fin già dalla scelta universitaria), con la dissoluzione del tessuto connettivo delle piccole attività imprenditoriali, l’assenza e/o la dismissione di grandi aziende e con il fallimento dell’asfissiante mano pubblica che non riesce più a garantire nemmeno gli stessi stipendi come nei suoi migliori anni di dissipazione ma che al contempo tutela e salvaguardia, con lauti compensi, un’alta burocrazia pubblica e la sua classe politica più pagata, insieme all’esercito di precari più numeroso di tutto il Continente europeo, a cui, dopo avergli estirpato l’anima in questi venticinque anni di precarierizzazione, ora rischiano di essere buttati in mezzo alla strada, abbandonati al loro infausto destino.
Ecco perché, in questo drammatico scenario, irrinunciabile, per una seria politica riformista, di una sinistra democratica per la prima volta chiamata a governa la Sicilia, è l’urgenza di recuperare il senso della realtà, il senso della misura. In sostanza il buon senso che sembra essere fuggito via e con esso, il valore di una parola, della parola UNITA’ indispensabile per un partito e un governo che vogliono essere radicalmente riformisti, che si pongono l’obiettivo, ambizioso ma necessario, di cambiare questa Sicilia.
Si proprio l’unità. L’unità tra molteplici antagonismi e protagonismi; l’unità che è convergenza e comprensione delle ragioni della comune appartenenza ed è condivisione delle soluzioni da dare alla gravità della crisi in atto; l’unità che è la sola in grado di sostenere scelte difficili ma necessarie per interrompere questo stato di degrado in cui versa la Sicilia.
L’unità, che è sintesi propositiva necessaria per presiedere e orientare l’azione di rappresentanza del Partito Democratico (e la sua funzione parlamentare) e l’azione del Governo della Regione, le quali non sussistono una senza l’altra o, peggio, autoescludendosi.
Ecco perché serve recuperare il senso della misura e lo spirito dell’unità: perché è responsabilità comune, tanto del Governo quanto del più votato Partito di maggioranza, quanto ancora del Presidente eletto dallo stesso popolo corrispondere unitariamente al mandato elettorale non tradendo irreparabilmente, la speranza e la fiducia che in effetti il 28 ottobre 2012 è stata largamente, e magnanimamente, affidata nelle mani di entrambi.
Ciò va ben oltre il gioco sempre imperfetto e precario degli equilibrismi politici, del calibrare le singole tessere del mosaico composito che è la composizione di un Governo nel quale tutti debbono potersi riconoscere e tutti debbono poter condividerne e sostenerne l’azione.
Ecco, si, l’unità, quella che è necessaria per governare (cosa diversa dall’unanimismo e dalla finta pace finalizzata alla sola pubblica spartizione del potere) ed è la precondizione indispensabile, in Italia e in Sicilia, per consentire al polo riformatore di affrontare la vera ed unica guerra da ingaggiare davvero contro il divario esistente tra l’Italia e il resto d’Europa, tra la Sicilia e il resto del paese. Una guerra contro il malessere diffuso dei siciliani, e le loro precarie condizioni di esistenza, per offrire loro una prospettiva, una speranza, un orizzonte.
Penso che noi, noi cosiddetti ‘renziani’, noi che del cambiamento e dell’innovazione ce ne siamo fatti una bandiera di principio, oggi non possiamo fare a meno di aggiungere a queste due parole, a cambiamento e a innovazione, anche quella dell’unità, che è allo stesso tempo evocazione di una visione e di una prospettiva ma anche capacità di sintesi e convergenza essendo la sola che consente di attuare davvero cambiamento e innovazione.
Senza questa impellenza della ricerca dell’unità, ogni cosa sfugge via al più razionale dei progetti possibili, ogni cambiamento e ogni innovazione vengono traditi, perché frutto di ‘minoranze maggioritarie’ di corto respiro. Per questo, oggi noi dobbiamo saper introdurre questa parola nell’orizzonte politico e con essa governare i processi di cambiamento e di innovazione, richiamando tutti al quel senso comune di responsabilità che deve contraddistinguerci.
Questo oggi deve animare il compito storico che ci sta di fronte: se davvero vogliamo cambiare e vogliamo evitare di rimanere nei soliti annunci di cambiamenti storici che non arrivano, invocando l’arrivo di guerrieri che mai giungono ed evitare che il tempo inesorabile consuma e disperde anche i sogni migliori, insieme dobbiamo dar prova di essere una forza politica seria, all’altezza della situazione, in grado di vincere la sfida.
Di fronte al vero risiko che si sta giocando nel piccolo mare nostrum, ai venti di una vera guerra (minacciata, ordinata, rinviata) sull’altra sponda del Mediterraneo, non più mare di pace, qui in quest’isola piccolissima tranne che nel delirio di onnipotenza che domina l’animo dei suoi abitanti, un altro risiko di ben più modeste ambizioni, un’altra guerra (ben più insidiosa) esplode e, irruente, attenta e sconvolge la quiete calma dei siciliani disincantati e disillusi.
La guerra cioè, annunciata da tempo ma combattuta ancor prima, tra il Presidente del PD eletto dal popolo e il suo Partito, il Partito Democratico (il partito con il maggior gruppo parlamentare all’ARS, e, quindi, il Partito che dovrebbe essere l’ossatura fondamentale e imprescindibile della rivoluzionaria azione del Governo).
Nel volger di niente, in realtà da quasi subito dopo le epiche elezioni regionali di quasi un anno fa (epiche per i contenuti innovativi per questa terra volta al sempre eterno identico già visto conservatorismo di sistema), l’ascia di guerra, dissotterrata, è iniziata a romboare, minacciosa, colpendo qua e la, senza precauzione alcuna.
E dunque, che fare?
Recuperare quanto prima il lume della razionalità, il senso di corrispondere alle attese della Sicilia e dei siciliani. Recuperare il senso della responsabilità che grava sulle spalle di ognuno oltre le schermaglie e i pruriti, gli scherni e le manchevolezze di tutti. Recuperare urgentemente il senso del dovere, del dovere di adempiere al mandato ricevuto per Governare bene, trasformandola, quest’isola lasciata incancrenire da Governi dissipatori del bene pubblico e del futuro delle sue genti. Si, avete letto bene: dissipatori del bene pubblico, predatori rapaci, famelici, ingordi. Tali sono stati, infatti, pur nella distinzione di storie e fatti diversi, i Governi siciliani, almeno sicuramente, quelli degli ultimi decenni, governi che è possibile accostare, fuor di metafora, all’Over Shoot Day, termine inglese per dire che abbiamo esaurito anticipatamente tutte le risorse che il nostro pianeta è in grado di generare in un anno (quest’anno il termine è stato il 20 agosto).
Così come l’umanità intera, anzitempo e dissennatamente ha esaurito le risorse disponibili, tali governi siciliani passati hanno esaurito e dissipato anzitempo le risorse di cui questa terra disponeva, e in abbondanza, lasciando a noi oggi le macerie sulle quali governare problemi atavici e difficilissimi che espongono veramente a una macelleria sociale che, per quanto deprecabile, è sempre più montante.
Perché questa è la drammatica e oggettiva realtà siciliana, della quale poco si discute nelle contese e nelle contumelie ma con la sia il Governo che il Partito dovrebbero fare i conti assumendosene la responsabilità di modificarla: la Sicilia cammina sull’orlo di un burrone con gambe malferme inchiodata com’è con i più alti tassi di disoccupazione giovanile prossimi al 50%, la fuga massiccia di giovani cervelli (fin già dalla scelta universitaria), con la dissoluzione del tessuto connettivo delle piccole attività imprenditoriali, l’assenza e/o la dismissione di grandi aziende e con il fallimento dell’asfissiante mano pubblica che non riesce più a garantire nemmeno gli stessi stipendi come nei suoi migliori anni di dissipazione ma che al contempo tutela e salvaguardia, con lauti compensi, un’alta burocrazia pubblica e la sua classe politica più pagata, insieme all’esercito di precari più numeroso di tutto il Continente europeo, a cui, dopo avergli estirpato l’anima in questi venticinque anni di precarierizzazione, ora rischiano di essere buttati in mezzo alla strada, abbandonati al loro infausto destino.
Ecco perché, in questo drammatico scenario, irrinunciabile, per una seria politica riformista, di una sinistra democratica per la prima volta chiamata a governa la Sicilia, è l’urgenza di recuperare il senso della realtà, il senso della misura. In sostanza il buon senso che sembra essere fuggito via e con esso, il valore di una parola, della parola UNITA’ indispensabile per un partito e un governo che vogliono essere radicalmente riformisti, che si pongono l’obiettivo, ambizioso ma necessario, di cambiare questa Sicilia.
Si proprio l’unità. L’unità tra molteplici antagonismi e protagonismi; l’unità che è convergenza e comprensione delle ragioni della comune appartenenza ed è condivisione delle soluzioni da dare alla gravità della crisi in atto; l’unità che è la sola in grado di sostenere scelte difficili ma necessarie per interrompere questo stato di degrado in cui versa la Sicilia.
L’unità, che è sintesi propositiva necessaria per presiedere e orientare l’azione di rappresentanza del Partito Democratico (e la sua funzione parlamentare) e l’azione del Governo della Regione, le quali non sussistono una senza l’altra o, peggio, autoescludendosi.
Ecco perché serve recuperare il senso della misura e lo spirito dell’unità: perché è responsabilità comune, tanto del Governo quanto del più votato Partito di maggioranza, quanto ancora del Presidente eletto dallo stesso popolo corrispondere unitariamente al mandato elettorale non tradendo irreparabilmente, la speranza e la fiducia che in effetti il 28 ottobre 2012 è stata largamente, e magnanimamente, affidata nelle mani di entrambi.
Ciò va ben oltre il gioco sempre imperfetto e precario degli equilibrismi politici, del calibrare le singole tessere del mosaico composito che è la composizione di un Governo nel quale tutti debbono potersi riconoscere e tutti debbono poter condividerne e sostenerne l’azione.
Ecco, si, l’unità, quella che è necessaria per governare (cosa diversa dall’unanimismo e dalla finta pace finalizzata alla sola pubblica spartizione del potere) ed è la precondizione indispensabile, in Italia e in Sicilia, per consentire al polo riformatore di affrontare la vera ed unica guerra da ingaggiare davvero contro il divario esistente tra l’Italia e il resto d’Europa, tra la Sicilia e il resto del paese. Una guerra contro il malessere diffuso dei siciliani, e le loro precarie condizioni di esistenza, per offrire loro una prospettiva, una speranza, un orizzonte.
Penso che noi, noi cosiddetti ‘renziani’, noi che del cambiamento e dell’innovazione ce ne siamo fatti una bandiera di principio, oggi non possiamo fare a meno di aggiungere a queste due parole, a cambiamento e a innovazione, anche quella dell’unità, che è allo stesso tempo evocazione di una visione e di una prospettiva ma anche capacità di sintesi e convergenza essendo la sola che consente di attuare davvero cambiamento e innovazione.
Senza questa impellenza della ricerca dell’unità, ogni cosa sfugge via al più razionale dei progetti possibili, ogni cambiamento e ogni innovazione vengono traditi, perché frutto di ‘minoranze maggioritarie’ di corto respiro. Per questo, oggi noi dobbiamo saper introdurre questa parola nell’orizzonte politico e con essa governare i processi di cambiamento e di innovazione, richiamando tutti al quel senso comune di responsabilità che deve contraddistinguerci.
Questo oggi deve animare il compito storico che ci sta di fronte: se davvero vogliamo cambiare e vogliamo evitare di rimanere nei soliti annunci di cambiamenti storici che non arrivano, invocando l’arrivo di guerrieri che mai giungono ed evitare che il tempo inesorabile consuma e disperde anche i sogni migliori, insieme dobbiamo dar prova di essere una forza politica seria, all’altezza della situazione, in grado di vincere la sfida.
lunedì 9 settembre 2013
LA SOCIETA’ CIVILE COME CHIAVE DEL CAMBIAMENTO
LA SOCIETA’ CIVILE COME CHIAVE DEL CAMBIAMENTO
Dalla Sicilia un'altro "messaggio di cambiamento" che presto investirà l’intero paese. Gli elettori di Messina hanno scelto come loro Sindaco un cittadino “semplice”, un Professore che per anni si è battuto per la propria città fuori dai palazzi, autofinanziando le proprie iniziative e coinvolgendo altri cittadini. Accorinti ha sconfitto il candidato che veniva definito, all'unanimità, il "Padrone di Messina e Provincia, capace di sbaragliare chiunque in ogni competizione elettorale". I messinesi hanno sconfitto un pregiudizio radicato e capace, fino a ieri, di cancellare ogni speranza di cambiamento: l’idea che il potere si autoalimenta e che chi lo detiene non potrà mai essere scalzato.
Messina e la Sicilia tutta, ogni giorno, rafforzano il messaggio che il tempo delle caste immutabili e della spartizione delle poltrone è finito. I cittadini riconoscono e sostengono i tanti attivisti e le associazioni che con le proprie forze e sacrifici si impegnano ogni giorno per migliorare le proprie città ed i propri quartieri, perché in loro e nei loro sforzi si rivedono e si affidano. Dobbiamo avere sempre la consapevolezza che l'uomo è più importante della carica che ricopre, sia nelle vittorie che nelle sconfitte, perché il nostro obiettivo è quello di liberarci da ogni pregiudizio e schema e di non lasciarci scoraggiare da chi tenta di sminuirci per impedirci di prendere coscienze del nostro valore.
Ogni giorno nasce un nuovo circolo e si accende una fiammella intorno alle nostre idee ed ai nostri progetti ed il sogno di poter davvero essere protagonisti del nostro futuro si avvicina un po’ di più, se sapremo mantenere la nostra coerenza e lottare senza la paura di essere "oscurati". Noi, a differenza di altri, brilliamo e brilleremo sempre della nostra luce.
Antonio Ferrante, Coordinatore Regionale Big Bang Sicilia
Dalla Sicilia un'altro "messaggio di cambiamento" che presto investirà l’intero paese. Gli elettori di Messina hanno scelto come loro Sindaco un cittadino “semplice”, un Professore che per anni si è battuto per la propria città fuori dai palazzi, autofinanziando le proprie iniziative e coinvolgendo altri cittadini. Accorinti ha sconfitto il candidato che veniva definito, all'unanimità, il "Padrone di Messina e Provincia, capace di sbaragliare chiunque in ogni competizione elettorale". I messinesi hanno sconfitto un pregiudizio radicato e capace, fino a ieri, di cancellare ogni speranza di cambiamento: l’idea che il potere si autoalimenta e che chi lo detiene non potrà mai essere scalzato.
Messina e la Sicilia tutta, ogni giorno, rafforzano il messaggio che il tempo delle caste immutabili e della spartizione delle poltrone è finito. I cittadini riconoscono e sostengono i tanti attivisti e le associazioni che con le proprie forze e sacrifici si impegnano ogni giorno per migliorare le proprie città ed i propri quartieri, perché in loro e nei loro sforzi si rivedono e si affidano. Dobbiamo avere sempre la consapevolezza che l'uomo è più importante della carica che ricopre, sia nelle vittorie che nelle sconfitte, perché il nostro obiettivo è quello di liberarci da ogni pregiudizio e schema e di non lasciarci scoraggiare da chi tenta di sminuirci per impedirci di prendere coscienze del nostro valore.
Ogni giorno nasce un nuovo circolo e si accende una fiammella intorno alle nostre idee ed ai nostri progetti ed il sogno di poter davvero essere protagonisti del nostro futuro si avvicina un po’ di più, se sapremo mantenere la nostra coerenza e lottare senza la paura di essere "oscurati". Noi, a differenza di altri, brilliamo e brilleremo sempre della nostra luce.
Antonio Ferrante, Coordinatore Regionale Big Bang Sicilia
giovedì 5 settembre 2013
Discorso inaugurale dell'associazione politico-culturale Big Bang Sicilia - Piazza Armerina
Qui di seguito il discorso inaugurale dell'associazione politico-culturale Big Bang Sicilia-PiazzaArmerina, svoltosi nella meravigliosa cornice dell'ex chiesa di Sant'Anna,tenuto dal professor Fausto Carmelo Nigrelli
Presentazione
di Big Bang Piazza Armerina
Ex chiesa di
S. Anna vecchia
4 settembre
2013 ore 17,00
Siamo qui per tenere a
battesimo il primo circolo di Big Bang Sicilia in provincia di Enna. Uno dei
primi della Sicilia centro meridionale.
Big Bang Sicilia è un’associazione
politico-culturale che ha lo scopo di “animare la riflessione pubblica e
alimentare la discussione sui principali nodi dell’innovazione politica ed
economica e sui passaggi necessari alla Sicilia per uscire dallo stato di
profonda crisi nella quale è stata ridotta”.
Il
nome dell’associazione è una bandiera: Big Bang fu il nome dell’evento che si
tenne a Firenze, stazione Leopolda, nel 2011. In quella occasione Matteo Renzi
lanciò il suo manifesto per l’Italia che, da lì a poco, lo avrebbe portato al
grande risultato alle primarie del PD, senza l’appoggio dell’establishment del
partito, ma soprattutto a diventare riferimento per tutti coloro che sentono il
bisogno di cambiare il Pd e (o per) cambiare l’Italia.
All’associazione
posso aderire sia iscritti al PD, che cittadini che non aderiscono al nostro
Partito e alle nostre iniziative possono partecipare anche coloro che non
aderiscono alla nostra associazione.
Guardate: ci son molte
associazioni culturali che appartengono all’area del PD: Italianieuropei che fa
riferimento a D’Alema, 360 che fa riferimento a Letta, Liberal che fa
riferimento a Enzo Bianco. Bene. Tutto ciò con noi non c’entra niente. Quelle
sono associazioni nate dall’alto perché un leader nazionale potesse avere un
suo think tank, come si dice, cioè un luogo nel quale grandi specialisti
possono elaborare idee e proposte e attraverso il quale esporre le proprie idee
e proposte e dare una visiona plastica della propria corrente.
Big Bang è un’altra cosa. Big Bang nasce dal basso,
dalle comunità, dai comuni, dai cittadini militanti e non. Noi che creiamo
questa associazione crediamo che sia compito nostro “dare un contributo”, “ci
facciamo carico di”.
Di cosa ci facciamo carico?
Noi vogliamo cambiare l’Italia
e per farlo vogliamo e dobbiamo cambiare il Pd.
Da qui, da Piazza, dalla
provincia di Enna, l’ultima tra le provincie in liquidazione, si organizzano
per cambiare l’Italia. Sono pazzi, sono visionari.
No. Non siamo pazzi. Si. Siamo
visionari. E siamo visionari nel senso che abbiamo e condividiamo e costruiamo
una visione del futuro dell’Italia e, dentro il futuro dell’Italia, quello
della Sicilia, del nostro territorio e della nostra comunità.
In questi anni l’Italia è stata
ferma. Da venti anni l’Italia è ferma e in un mondo che si muove, che cerca
nuove vie, che cerca di migliorarsi, restare fermi significa andare indietro. E
uno dei motivi – se non il principale - per il quale l’Italia è stata ferma è
che da venti anni è rimasta infatuata in parte e sotto ricatto per il resto da
parte di un solo ricchissimo cittadino che ha imposto le sue esigenze
personali, i suoi interessi, la sua agenda. Anche quando ha fatto finta di
occuparsi dei problemi di tutti, come quello dell’IMU.
La proposta di Graziano Del Rio
di abolire l’IMU per l’80% dei cittadini lasciando che la pagassero i ricchissimi
proprietari di enormi ville o di vasti patrimoni immobiliari era ed è la più
equa. Quella che ci convince di più. Ma il ricatto di Berlusconi ha reso
necessario abolirla per tutti creando un buco nel bilancio dello stato che,
necessariamente, si ripercuote sulle fasce più deboli.
Ma a noi non appassiona la riduzione dell’IMU,
soprattutto dell’IMU ai ricconi. Ci interessa, invece, che lo Stato, che il
Governo, si faccia carico dei problemi VERI degli italiani e delle imprese. Ci
interessa, per esempio, che i giovani delle famiglie non benestanti possano
andare all’università come i nostri genitori, figli di semplici operai o
artigiani o contadini, hanno potuto fare nell’immediato dopoguerra. Mentre oggi
sono sempre più numerosi i ragazzi meritevoli che non possono continuare gli studi
perché le famiglie non possono mantenerli all’università. A noi interessa che
lo Stato garantisca un prestito d’onore per gli studi ai giovani meritevoli che
non hanno la possibilità in famiglia e che questi lo restituiscano quando
avranno trovato lavoro. Come fa la Gran Bretagna, dove, infatti, sempre più
numerosi si spostano a studiare i nostri giovani.
A noi interessa che lo stato
riduca il divario tra il costo del lavoratore al datore di lavoro e quanto
effettivamente percepisce il dipendente; a noi interessa che aumentino i
servizi qualificati alle famiglie, che
ci sia una totale integrazione con gli immigrati, che si attui un percorso di
sviluppo credibile a livello nazionale, regionale e locale. A noi interessa
uscire dalla crisi che ci lascia il ventennio berlusconiano con una visione
chiara del futuro a partire, per esempio, da una reale, consapevole, decisa
valorizzazione del patrimonio culturale e anche umano. A noi non interessa fare
crescere il PIL, ma ci interessa fare crescere il BIL Benessere interno lordo,
come nel lontano 1968 affermò, con grade lungimiranza, Bob Kennedy
Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra
personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico,
nell'ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base
dell'indice Dow-Jpnes, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno
Lordo.
Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la
pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade
dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre
porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende
programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti
ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate
nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della
peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per
sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si
ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie,
della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago.
Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori
familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici
dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né
dell'equità nei rapporti fra di noi.
Il PIL non misura né la nostra arguzia
né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la
nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve,
eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
Come vedete siamo visionari ma
con i piedi ben piantati a terra. E questo grazie al fatto che, per la prima
volta, a proporsi di guidare l’Italia non sono i politici allevati dai partiti
in batteria, che crescono dentro le segreterie e perdono progressivamente il
contatto con il mondo vero. Ma sono coloro che ogni giorno si confrontano con i
cittadini e con i loro problemi. I sindaci, gli amministratori locali. Matteo è
sindaco di Firenze ed è stato Presidente della provincia, Graziano del Rio è
sindaco di Reggio Emilia. Perfino personalità che hanno avuto ruolo politico di
primissimo piano, ma hanno fatto o fanno anche i sindaci come Walter Veltroni,
Enzo Bianco e Piero Fassino. E sono centinaia i sindaci e gli amministratori
locali del PD che hanno deciso di spendersi perché con Matteo questa Italia
(ricordo ancora il sindaco di Bologna Virginio Merola o quello di Forlì, amico
di Piazza di cui è stato ospite, Roberto Balzani), l’Italia che è al tempo
stesso visionaria e pragmatica, possa guidare la nostra nazione dopo vent’anni
che ci hanno allontanato dal resto d’Europa. Alla seconda Repubblica finta noi
contrapponiamo una Repubblica 2.0, in cui l’innovazione, l’efficienza e la
competenza sono il motore dello sviluppo.
Si. Poco fa ho fatto alcuni
nomi di personaggi del Pd che hanno avuto in questi venti anni ruoli importanti
e molti di voi hanno pensato: cosa c’entrano questi con la rottamazione che è
stata a lungo la parola d’ordine associata a Matteo Renzi.
Non c’è contraddizione. Questi
personaggi, se confermeranno di appoggiare Matteo alle primarie come segretario
del PD, rimarranno semplici sostenitori come migliaia di altri. Ma al tempo
stesso dobbiamo chiarire cosa significa rottamazione: non un accantonamento
automatico di persone, per età o per longevità della loro attività politica. Ma
la rottamazione di un modo di svolgere l’attività politica che avremmo dovuto
archiviare con il XX secolo e che, invece, è ancora qui.
Diciamo la verità: il partito
democratico – la più grande e seria intuizione politica di questo inizio di
millennio – non è ancora nato davvero. La maggior parte di noi continua ad
essere o ad essere percepito o a percepire gli altri democratici come ex. Ex
comunisti ed ex democristiani o, peggio, ex appartenenti a una o all’altra
corrente di quei partiti. È questa mentalità che vogliamo rottamare. Ci
interessano la competenza, la passione, la voglia di scommettersi, non
l’appartenenza. Noi vogliamo rottamare chi privilegia il proprio clan e chi
pensa di essere insostituibile per cambiare il Pd che pensiamo sia l’unico
strumento utile per cambiare l’Italia di oggi. Non il Pd come è stato in questi
anni, ma quello che abbiamo cominciato a costruire e che vedrà Matteo Renzi,
dopo le primarie, segretario e, quando sarà il momento, Capo del Governo.
Per questo le polemiche di oggi
da parte di alcuni nostri compagni e amici di partito che “temono di morire
democristiani” sono fuori luogo, continuano a guardare all’indietro. Noi
intanto, per il momento, non vogliamo morire, ma, soprattutto, vogliamo vivere
avendo assolto il compito di migliorare l’Italia per le generazioni future.
Questo non è pensiero debole,
ma è pensiero radicato nella realtà, che non rifiuta l’elaborazione teorica, ma
la fa nascere dalla realtà delle questioni sul tappeto. Che non rifiuta l’organizzazione,
ma vuole costruire una forma organizzativa che corrisponda alle caratteristiche
della società odierna, non a quella del Novecento.
Tutto ciò vale per l’Italia, ma
vale anche per le nostre città. Esattamente nello stesso modo. E questo coloro che
hanno promosso la nascita di questo primo circolo della provincia di Enna
vogliono fare. In parte si tratta di un approccio che è stato già sperimentato
nella legislatura comunale appena conclusa e che i cittadini non hanno
premiato. Questo ci ha resi ancora più consapevoli della difficoltà di dare una
speranza alla fine di questo lungo ventennio. Ma siamo assolutamente convinti
che non può esserci, qui e ora, un’altra soluzione altrettanto valida ai
problemi di questa e di altre comunità simili.
Per questo a guidare questo
percorso saranno soprattutto giovani e giovanissimi, in gran parte alla prima
esperienza politica, ma con a fianco persone che, pur non giovanissime, non
hanno mai avuto o hanno deciso di liberarsi di quella vecchia logica di cui parlavo
prima per costruire il nuovo Pd e con esso la nuova Italia.
Per questo invitiamo tutti voi
a darci una mano, per Piazza, per la Sicilia e per l’Italia.
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