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mercoledì 11 settembre 2013

Coltivare l'unità per corrispondere al dovere di responsabilità,per cambiare davvero la Sicilia

Di Gandolfo Librizzi


Di fronte al vero risiko che si sta giocando nel piccolo mare nostrum, ai venti di una vera guerra (minacciata, ordinata, rinviata) sull’altra sponda del Mediterraneo, non più mare di pace, qui in quest’isola piccolissima tranne che nel delirio di onnipotenza che domina l’animo dei suoi abitanti, un altro risiko di ben più modeste ambizioni, un’altra guerra (ben più insidiosa) esplode e, irruente, attenta e sconvolge la quiete calma dei siciliani disincantati e disillusi.


La guerra cioè, annunciata da tempo ma combattuta ancor prima, tra il Presidente del PD eletto dal popolo e il suo Partito, il Partito Democratico (il partito con il maggior gruppo parlamentare all’ARS, e, quindi, il Partito che dovrebbe essere l’ossatura fondamentale e imprescindibile della rivoluzionaria azione del Governo).

Nel volger di niente, in realtà da quasi subito dopo le epiche elezioni regionali di quasi un anno fa (epiche per i contenuti innovativi per questa terra volta al sempre eterno identico già visto conservatorismo di sistema), l’ascia di guerra, dissotterrata, è iniziata a romboare, minacciosa, colpendo qua e la, senza precauzione alcuna.

E dunque, che fare?

Recuperare quanto prima il lume della razionalità, il senso di corrispondere alle attese della Sicilia e dei siciliani. Recuperare il senso della responsabilità che grava sulle spalle di ognuno oltre le schermaglie e i pruriti, gli scherni e le manchevolezze di tutti. Recuperare urgentemente il senso del dovere, del dovere di adempiere al mandato ricevuto per Governare bene, trasformandola, quest’isola lasciata incancrenire da Governi dissipatori del bene pubblico e del futuro delle sue genti. Si, avete letto bene: dissipatori del bene pubblico, predatori rapaci, famelici, ingordi. Tali sono stati, infatti, pur nella distinzione di storie e fatti diversi, i Governi siciliani, almeno sicuramente, quelli degli ultimi decenni, governi  che è possibile accostare, fuor di metafora, all’Over Shoot Day, termine inglese per dire che abbiamo esaurito anticipatamente tutte le risorse che il nostro pianeta  è in grado di generare in un anno (quest’anno il termine è stato il 20 agosto).

Così come l’umanità intera, anzitempo e dissennatamente ha esaurito le risorse disponibili, tali governi siciliani passati hanno esaurito e dissipato anzitempo le risorse di cui questa terra disponeva, e in abbondanza, lasciando a noi oggi le macerie sulle quali governare problemi atavici e difficilissimi che espongono veramente a una macelleria sociale che, per quanto deprecabile, è sempre più montante.

Perché questa è la drammatica e oggettiva realtà siciliana, della quale poco si discute nelle contese e nelle contumelie ma con la sia il Governo che il Partito dovrebbero fare i conti assumendosene la responsabilità di modificarla: la Sicilia cammina sull’orlo di un burrone con gambe malferme inchiodata com’è con i più alti tassi di disoccupazione giovanile prossimi al 50%, la fuga massiccia di giovani cervelli (fin già dalla scelta universitaria), con la dissoluzione del tessuto connettivo delle piccole attività imprenditoriali, l’assenza e/o la dismissione di grandi aziende e con il fallimento dell’asfissiante mano pubblica che non riesce più a garantire nemmeno gli stessi stipendi come nei suoi migliori anni di dissipazione ma che al contempo tutela e salvaguardia, con lauti compensi,  un’alta burocrazia pubblica e la sua classe politica più pagata, insieme all’esercito di precari più numeroso di tutto il Continente europeo, a cui, dopo avergli estirpato l’anima in questi venticinque anni di precarierizzazione, ora rischiano di essere buttati in mezzo alla strada, abbandonati al loro infausto destino.

Ecco perché, in questo drammatico scenario, irrinunciabile, per una seria politica riformista, di una sinistra democratica per la prima volta chiamata a governa la Sicilia, è l’urgenza di recuperare il senso della realtà, il senso della misura. In sostanza il buon senso che sembra essere fuggito via e con esso, il valore di una parola, della parola UNITA’ indispensabile per un partito e un governo che vogliono essere radicalmente riformisti, che si pongono l’obiettivo, ambizioso ma necessario, di cambiare questa Sicilia.
Si proprio l’unità. L’unità tra molteplici antagonismi e protagonismi; l’unità che è convergenza e comprensione delle ragioni della comune appartenenza ed è condivisione delle soluzioni da dare alla gravità della crisi in atto; l’unità che è la sola in grado di sostenere scelte difficili ma necessarie per interrompere questo stato di degrado in cui versa la Sicilia.
L’unità, che è sintesi propositiva necessaria per presiedere e orientare l’azione di rappresentanza del Partito Democratico (e la sua funzione parlamentare) e l’azione del Governo della Regione, le quali non sussistono una senza l’altra o, peggio, autoescludendosi.
Ecco perché serve recuperare il senso della misura e lo spirito dell’unità: perché è responsabilità comune, tanto del Governo quanto del più votato Partito di maggioranza, quanto ancora del Presidente eletto dallo stesso popolo corrispondere unitariamente al mandato elettorale non tradendo irreparabilmente, la speranza e la fiducia che in effetti il 28 ottobre 2012 è stata largamente, e magnanimamente, affidata nelle mani di entrambi.
Ciò va ben oltre il gioco sempre imperfetto e precario degli equilibrismi politici, del calibrare le singole tessere del mosaico composito che è la composizione di un Governo nel quale tutti debbono potersi riconoscere e tutti debbono poter condividerne e sostenerne l’azione.
Ecco, si, l’unità, quella che è necessaria per governare (cosa diversa dall’unanimismo e dalla finta pace finalizzata alla sola pubblica spartizione del potere) ed è la precondizione indispensabile, in Italia e in Sicilia, per consentire al polo riformatore di affrontare la vera ed unica guerra da ingaggiare davvero contro il divario esistente tra l’Italia e il resto d’Europa, tra la Sicilia e il resto del paese. Una guerra contro il malessere diffuso dei siciliani, e le loro precarie condizioni di esistenza, per offrire loro una prospettiva, una speranza, un orizzonte.
Penso che noi, noi cosiddetti ‘renziani’, noi che del cambiamento e dell’innovazione ce ne siamo fatti una bandiera di principio, oggi non possiamo fare a meno di aggiungere a queste due parole, a cambiamento e a innovazione, anche quella dell’unità, che è allo stesso tempo evocazione di una visione e di una prospettiva ma anche capacità di sintesi e convergenza essendo la sola che consente di attuare davvero cambiamento e innovazione.
Senza questa impellenza della ricerca dell’unità, ogni cosa sfugge via al più razionale dei progetti possibili, ogni cambiamento e ogni innovazione vengono traditi, perché frutto di ‘minoranze maggioritarie’ di corto respiro. Per questo, oggi noi dobbiamo saper introdurre questa parola nell’orizzonte politico e con essa governare i processi di cambiamento e di innovazione, richiamando tutti al quel senso comune di responsabilità che deve contraddistinguerci.
Questo oggi deve animare il compito storico che ci sta di fronte: se davvero vogliamo cambiare e vogliamo evitare di rimanere nei soliti annunci di cambiamenti storici che non arrivano, invocando l’arrivo di guerrieri che mai giungono ed evitare che il tempo inesorabile consuma e disperde anche i sogni migliori, insieme dobbiamo dar prova di essere una forza politica seria, all’altezza della situazione, in grado di vincere la sfida.

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